Paesaggi occupati

Mi sono stupito quando, per la prima volta, ho capito veramente il significato di: “territori occupati”. Non saprei dire con esattezza a cosa era riconducibile il motivo di questo stupore, si è trattato di uno stano assemblaggio di quotidianità, disperazione, paura e perplessità.
Il passaggio al checkpoint, il controllo dei documenti, i mitragliatori puntati alla schiena e sorretti ragazzi poco più che ventenni e, nello stesso momento il fatto di rendermi conto di quanto queste operazioni potessero risultare normali agli abitanti di quelle zone.
Passare un checkpoint, che assomiglia a molte cose ma veramente poco ad una semplice frontiera (come la intendiamo oggi in occidente), con una spontaneità da “gesto quotidiano”, senza dare la minima importanza a quella canna fredda e gelata appoggiata sul fianco, a quel territorio desolato che circonda lo spazio di nessuno, alla differenza che quella linea immaginaria presidiata determina tra i due mondi che separa. Passata quella linea la povertà, la desolazione.
Come essere teletrasportati in un’altra realtà, una realtà molto diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora.
Progetto pubblicato in data 07/09/2006 a cura di Alessandro Taino

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